Come un vaso di Pandora.

Voglio farti una domanda: essere stato una vittima fa di me un uomo migliore?

 

‘Conforme alla gloria’ di Demetrio Paolin è un gran bel libro. Punto. Ho pensato a lungo, mi sono arrovellata meningi ed impantanato dita sulla tastiera, ma alla fine sono arrivata alla conclusione che proprio la cristallina, essenziale, e perché no, spicciola evidenza di questo mio incipit renda l’idea di quello che cercherò di affermare. Ovvero che siamo di fronte ad un romanzo che non deve passare inosservato.

La sua architettura è solida, ottimamente costruita, danza senza il minimo imbarazzo. Lo stile è efficace, gradevole anche quando non dovrebbe. Insomma, il romanzo funziona.

Il fatto è che non ci fermiamo qui.

Rudolf Wollmer, Enea Fergnani, Ana, la bambola con la bocca piena di pane. I quattro personaggi principali. Questo quadrilatero di anime racchiude un inferno. E Paolin ce lo schiaffeggia dritto negli occhi.

Vari sarebbero gli aspetti da analizzare. Troppe le angolature da considerare e su cui soffermarsi. Lo ribadisco, ‘Conforme alla gloria’ è un libro che parla. D’altra parte il mio compito è assai meno impegnativo, io devo solo limitarmi ad incrociare con due parole gli sguardi di lettori incuriositi, placcarli alla gola e convincerli a posarsi su queste quattrocento pagine. Ed è quello che farò.

Non mi soffermerò in modo troppo pedante sulla trama, mi è sempre piaciuto andare oltre, ‘al di là delle colonne d’Ercole’; la storia ha il suo peso per carità, ma a parer mio è altrettanto importante quello che si racconta fra le righe,  quello che la storia svela in modo più o meno celato, come una coperta con un giaciglio. In questo caso un giaciglio decisamente scomodo.

Allora ecco la domanda cruciale: cosa nasconde ‘Conforme alla gloria’?

Proviamo a trovare soluzioni rapide a questo dilemma: io questo romanzo l’ho divorato, l’ho ingoiato in meno di una settimana. Ti seduce, ti incanta, ti irretisce. Ti prende per la gola e per la vista. Sei obbligato ad abbuffartene senza tregua. Ma con delle conseguenze. Dopo non sei più la stessa persona. Come un vaso di Pandora sottovaso-di-pandora-inchiostro-scomodo forma di libro, dalle sue pagine emergono mostri, diavoli, fantasmi del passato e del presente, scheletri che tutti abbiamo nell’armadio e che assumono le sembianze delle peggiori paure e delle più perverse angosce dell’essere umano, quelle che ti fanno guardare allo specchio e ti fanno chiedere se, alla fine, alla resa dei conti, tu sia davvero un essere umano oppure no.

Cos’è il bene? E il male, il male che cos’è? ‘Conforme alla gloria’ ci svela proprio questo: male e bene nella storia si sono spesso affiancati, sono stati il risvolto della stessa medaglia. Il male ed il bene non sono termini facilmente scindibili, nemmeno da Dio. Nemmeno lui è in grado ed è stato in grado di farlo. E tutto ciò, pensateci, è terrificante. Ti lascia solo, senza nemmeno la possibilità di una divinità magnanima a coprirti le spalle. Sei in guerra. Sotto un bombardamento. E la sola cosa che puoi sperare è di sopravvivere. A prescindere da tutto e da tutti, sei solo (1).

Rudolf, Enea, Ana, la bambola con la bocca piena di pane. Tutti, alla resa dei conti, sono pandora11Lterribilmente soli. Con il loro vaso di Pandora spalancato.

‘Conforme alla gloria’, ti trascina in un intreccio di eventi avvenuti in periodi storici diversi, ma che si rivelano tutti collegati fra loro. Rudolf Wollmer, tedesco, scopre di aver ricevuto dal padre da poco deceduto la colpa di essere suo figlio e di essere il portatore concreto di un mondo che avrebbe voluto cancellare ma che è presente con tutta la sua indelebile, massiccia, costante, solida, folle esistenza: Rudolf rappresenta la generazione dei ‘figli di’, dei tedeschi nati dalle macerie di Hitler, ma che di Hitler portano le stigmate. Sono innocenti perché non esistevano all’epoca o colpevoli perché hanno volutamente cercato di dimenticare?

“Questa innocenza inscalfibile che non tiene conto del passato, che proclama la sua purezza ovunque, è la Germania in cui Rudolf vive, alla quale si è mostrato nudo con la sola copertura del quadro. Nessuno si sente colpevole, nessuno lo è, eppure se si guarda nel profondo tutti lo sono, tutti sono quel passato: è come un albero che ha le sue radici in un terreno inquinato, i suoi frutti saranno inquinati, incolpevoli ma comunque marci e malvagi al gusto.” (2)

Enea Fergnani, italiano, invece c’era, era presente, ci si è trovato nel lager, poco più che bambino. E’ dovuto sopravvivere. E lo ha fatto nel solo modo che conosceva. Enea Fergnani è colpevole o innocente? Innocente perché catapultato in un ingranaggio più grande di lui o colpevole perché si è salvato a scapito di altri? Perché ha usato gli altri per salvarsi?

Ognuno qua la può pensare come vuole. Con ‘Conforme alla gloria’ entriamo in territori pericolosi, in zone dove la coscienza brancola nel buio, e trovare delle risposte non è per nulla semplice. Il tema della colpa, della verità, della consapevolezza, riempiono queste quattrocento pagine e fanno male, fanno male perché non c’è pietà nemmeno per il lettore che ha difficoltà alla fine a discernere fra giusto e sbagliato, a prendere una posizione sensata e coerente. Forse il succo è proprio questo, che non esiste una posizione sensata e coerente.

E’ come se alla fine anche tu diventassi, come tutti i personaggi, un po’ complice. E’ come se anche a te venissero raccontate verità che mai avresti voluto far riemergere dalla tua coscienza intorpidita e che alla fine ti restano sulla pelle. E che ti rendono diverso. Sta a te decidere poi cosa fare, come comportarti, ma anche tu lettore vieni ingabbiato in questo inferno, vieni assorbito e non ti resta che accettarlo. Come un tatuaggio che non puoi più estirpare, perché incastrato giù giù nelle viscere più profonde. La colpa che apre gli occhi, è di per sé una colpa. Non a caso è stato scomodato Edipo (3), che finì per accecarsi per espiare una colpa che aveva commesso non volutamente ma che era stata comunque commessa. Non a caso. Ed è un collegamento perfetto.

Pandora_-_John_William_WaterhouseIl vaso di Pandora si è aperto dunque ed ha lacerato lo spazio e la coscienza dei lettori con un fragore devastante e come un incendio implacabile, un rogo infernale, ha bruciato ogni forma di innocenza. Ma è davvero così o anche per noi, come per gli esseri umani nel mito originario, esiste ancora una forma di speranza?

La speranza c’è a parer mio, ed è quella scaturita dalla pietà per due dei personaggi principali del romanzo, le due donne, la bambola con la bocca piena di pane ed Ana.

Pensiamoci bene: questo libro inizia con una donna e finisce con una donna.

“Io son la bambola con la bocca piena di pane. La mia pelle si è indurita come il guscio di un uovo. Io sono la donna che tace: il mio corpo sente la fame, che non è umana, ma è un verme che divora”(4).  Questo è l’incipit del romanzo, ed entra immediatamente un personaggio fondamentale, se non il personaggio fondamentale. Tutto ruoterà attorno a lei.

E’ strano, non ha nemmeno un nome, solo alla fine  scopriremo la sua nazionalità, ma niente di più, se non che è vissuta e morta in un lager. A Mauthausen per la precisione. Sappiamo anche come è morta. E conosciamo i suoi carnefici. Ne ha avuti molti. Consapevoli ed inconsapevoli. Coscienti o meno. Tutti colpevoli, agli occhi di Dio, nessuno sconto di pena, non importa il fatto che il male fosse stato inferto volontariamente. L’agnello sacrificale per questa divinità distratta o quantomeno inadeguata è stato immolato. Non si può tornare indietro. E lo sanno benissimo Rudolf Wollmer ed Enea Fergnani, la cui esistenza dipenderà totalmente dalla bambola che sa di pane e da ciò che accadde a Mauthausen nel 1945. Entrambi ne dovranno portare il peso.

Ed ecco Ana, l’altro personaggio femminile, altrettanto importante, con cui finirà il romanzo. Ana che assomigliava alla bambola. Ana come lei ‘divorata dalla fame’, anche se per motivi completamente diversi. Ana che come lei si farà serva. Ana che come lei sarà pelle e solo pelle. Ana sarà il nuovo agnello sacrificale di Enea e di Rudolf, innocenza rapita e tradita nuovamente. Entrambi ripeteranno su Ana ciò che era stato commesso sulla bambola che sa di pane. La colpa che genera altra colpa. Il delitto che genera altro delitto. Il male che si riproduce, incurante, e fa del male, oppure, in termini psicologici, un copione che si ripete, e la vittima che diventa carnefice. Sono diverse, nate in epoche differenti, portatrici di storie di vita che niente hanno a che vedere fra di loro. Ma sono due donne, due entità che chiudono un cerchio. E che alla fine dicono la stessa cosa. Portano su di sé tutto il peso di un’umanità sofferente, priva di appigli, che non può fare altro che rappresentare il male per provare a descriverlo, per non dimenticarlo, ma soprattutto per farlo provare anche agli altri in una forma disperata di empatia di traverso .

Alla resa dei conti a salvarsi sono solo le due donne, Ana e la bambola che sa di pane; anche loro hanno delle colpe, ma sembra che vengano trattate con maggior indulgenza, come se la loro innocenza fosse stata preservata, protetta volutamente nonostante tutto. Strano: entrambe moriranno, invece Enea e Rudolf sopravviveranno.

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Thomas Lieser

Come se la morte fosse talvolta un premio, un modo per mettere un punto ed andare avanti. I sensi di colpa sono concessi solo ai vivi, ricordiamocelo sempre, solo i vivi possono scrutare il vaso di Pandora che hanno di fronte cercando di non smuoverlo per non farlo straripare, solo i vivi possono guardare il ritratto che hanno alle spalle sperando che riesca a racchiudere tutto il male commesso senza farlo trapelare. Non a caso Pandora era figlia di Efesto. Non a caso, scomodando Oscar Wilde, Dorian Gray troverà tregua solo con la morte. Non a caso.

Ed ecco che Rudolf ed Enea si innalzano e diventano emblema di qualcos’altro. Raccontano cosa significhi trovarsi di fronte al Male e soprattutto cosa significhi  doverlo affrontare con le poche, esigue armi di cui dispongono gli esseri umani, totalmente inappropriate. E che non hanno senso.

il_ritratto_di_dorian_gray_oscar_wilde_evidenzaTornando alla domanda iniziale, ovvero che cosa si celasse dietro a ‘Conforme alla gloria’, questa è la risposta. Questo c’è dentro al vaso di Pandora. Sarebbe stato meglio non aprirlo allora? Credo di no. Le colonne d’Ercole esistono per essere attraversate. Perché tutto sommato, nonostante tutto, siamo vivi. E la vita è anche questo.

Se volete impregnarvi di sangue, sporcarvi le mani e tatuarvi sulla pelle qualcosa di indelebile anche per Dio, scegliete questo libro allora, scegliete ‘Conforme alla Gloria’ di Demetrio Paolin. Ed aprite il vaso. E tanti auguri.

dorian

Noi popoliamo un trauma, abbiamo paura, abbiamo un diritto ad avere paura, vediamo già, pur se confusi sullo sfondo: i giganti dell’angoscia.

Thomas Bernhard

NOTE

1)Non posso racontarti tante cose ti dico solo che sono caduto nell’inferno senza morire’, Spitzer Leo, Lettere di prigionieri di guerra italiani, Il Saggiatore, 2016.

2) Pag. 123

3) http://www.alibionline.it/conforme-alla-gloria-demetrio-paolin/

4) Pag. 7

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