NEL NOME DEL FIGLIO

Mai è un sacco di tempo. Ma il bambino la sapeva lunga. E sapeva che mai è l’assenza di qualsiasi tempo.

 

Difficile affrontare questo libro. Difficile leggerlo. Difficile sostenerlo. Ti trovi catapultato in un universo devastato, in un mondo che non esiste più, o meglio che non esiste ma resiste e lo fa nel modo peggiore possibile, quello che non vorresti che ti si parasse davanti nemmeno nei tuoi peggiori incubi. Ma ci resti impigliato in questo libro, non riesci più ad uscirne fuori come se tu ti trovassi sotto una lastra di ghiaccio, immerso in un mare gelato, e non fossi capace di trovare un pertugio per prendere un pò d’aria fresca a risollevarti i polmoni indolenziti. Sei costretto ad andare avanti, fino in fondo. Perché alla fine c’è speranza. Un grumo di speranza lanciato in pieno volto. Sei di fronte a  “La Strada” di Cormac Mc Carthy. Fermati e riposati. Fai un bel respiro e vai avanti. Affronta tutte le tue angosce e prosegui. Che la strada è lunga e decisamente non facile. Ma alla fine, in fondo, c’è il mare.

Un uomo. Un uomo ed un bambino. Senza nome. Sappiamo però che sono padre e figlio. Nessuna descrizione, se non lievissimi accenni. Li troviamo su una strada, imprecisata, indefinita, colorata solo dal grigio pesante della cenere sotto la quale è nascosta, come tutto del resto. La cenere. Cenere a ricoprire boschi, città, case disabitate da anni, negozi abbandonati. La cenere, cenere a ricordare ai pochi strada-2sopravvissuti ciò che esisteva prima. Cenere a fare male, agli occhi, alla bocca ed all’anima, per quei pochi che ancora la possiedono un’anima. Questo è il panorama. Questo è ciò che vedono dalla mascherina di fortuna arrabattata in qualche modo sul viso l’uomo ed il bambino, padre e figlio. Ma con una sola differenza: il bambino è praticamente nato in questo mondo, l’uomo vi  è stato invece catapultato da una non precisata apocalisse, un probabile disastro nucleare, voluto dagli dei o dagli uomini. O da entrambi. L’uomo ed il bambino sono in viaggio. Devono spostarsi a sud. L’uomo sa che solo al sud potrà esserci un piccolo, esile, sottile, filo di speranza. E lì devono arrivare. Ostinati e caparbi intraprendono questo viaggio dimenticato non solo dagli esseri umani ma anche dalle bestie ormai estinte, ed è un viaggio dritto all’inferno.the-road-immagini

Lo stile di McCarthy, intenso, lapidario, recide come un’accetta ogni forma di estetico ed estatico compiacimento, non c’è spazio per sentimentalismi di sorta, è come se anche lui, e noi con lui, non avessimo il tempo di concederci tregue dolenti e nostalgiche, è come se anche noi dovessimo guardarci alle spalle e camminare il più velocemente possibile. Lo stile è incalzante, i dialoghi concitati, la prosa scandisce inesorabilmente con il suo puntuale e pragmatico fluire che c’è un orologio che sta per fermarsi ed è un orologio che non concede una seconda possibilità.

Ma emerge qualcosa, se scaviamo sotto i detriti e i rifiuti la troviamo: dobbiamo ferirci le mani, farà male, ma alla fine sotto c’è ancora qualcosa. L’uomo e il bambino, padre e figlio, parlano. Non solo parlano, dai loro dialoghi emergono emozioni. Merce preziosa, rara, quasi scomparsa in un universo ormai al tracollo. Stiamo parlando di materiale umano, perché cos’altro sono le emozioni se non creta indispensabile per plasmare un uomo e renderlo tale di fronte a tutto il resto?  In un mondo che non concede scampo, dove non esiste niente che rammenti tutto quello che era stato prima se non un abbrutimento primordiale a ricordare la nostra origine ferina, in questo mondo un padre ed un figlio che parlano fra loro ricordano al Nulla che devono affrontare che qualcosa da salvare ancora esiste ed è quello per cui combattere, per cui provare a resistere, in nome del quale impiegare ogni particella di energia vitale ancora rimasta per non soccombere. Per non morire. Nel nome del padre e del figlio.

Perché, se ci pensiamo bene, di fronte a uomini che divorano i propri simili per sopravvivere, di fronte a frotte di libri bruciati e palazzi in fiamme, di fronte a cadaveri  senza più un volto inchiodati per l’eternità ad un crocifisso di asfalto e di fuoco, di fronte a tutto ciò, riuscire a provare ancora amore è la maledizione più efficace da poter rivolgere verso lo sterile cielo che ha permesso che tutto ciò accadesse. E non solo provare amore, McCarthy è andato oltre e ci ha scaraventato di fronte i suoi due personaggi senza un minimo di pietà: scomodi, indigesti, ci frastornano e ci disturbano perché ci ricordano la forma più nobile di amore, quella incondizionata, che non vuole proprio nulla in cambio e che si nutre esclusivamente del bene del proprio oggetto di devozione: l’amore per un figlio.

Questa è la religione che McCarthy ci svela attraverso il viaggio dell’uomo e del bambino. Questa è la fede che fa professare all’uomo, novello Giuseppe, che, fregandosene di Erode e di tutti i peccati commessi dagli uomini, arriverà al sud, al mare, e riuscirà a dare al bambino una speranza. Il bambino, forse, sopravviverà, e con lui tutto quello che rappresenta.tumblr_monqmwLM9Z1reuhnpo1_1280

Tutto ciò nel nome del figlio.

Tenerezza, amore, compassione, termini che solo un bambino con la sua avventata visione della vita potrebbe caricarsi sulle spalle in un mondo post-apocalittico. Nel carrello che l’uomo ed il bambino, il padre ed il figlio, si sono portati dietro durante il loro viaggio, oltre ad una pistola ed alle poche, scarse provviste, c’era anche questo; se esisterà ancora una speranza per il mondo e quindi per il genere umano sarà per un sacchetto logoro e sgualcito di emozioni portate da un bambino emaciato e dal padre sfinito.

Anche questo è ‘La Strada’. E non a caso Cormac McCarthy, l’autore, lo dedicherà a John Francis McCarthy. Non a caso.

Nel nome del figlio.

 

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