Requiem per una madre: l’ultimo volo di Icaro.

Osservo da parecchi minuti, quasi imbambolata, un ritaglio di giornale impresso indelebilmente sullo schermo del mio pc. Risale al 1958. Non si legge cosa c’è scritto, se non il titolo. Non è un’immagine nitida, ma chiari sono i due volti in primo piano, messi l’uno accanto all’altra, come se quella vicinanza spaziale avesse il potere di congiungere indelebilmente anche le due anime rappresentate. Sono una donna e un bambino. Sono una madre e suo figlio di nove anni. Sono Geneva Odelia Hilliker e suo figlio, Lee Earle Ellroy. Geneva Hilliker è morta strangolata ed abbandonata in un bosco, il figlio ha provato per tutta la vita a fare i conti con tutto ciò. Ed ha cominciato a scrivere.

Sinceramente, credo che la figura di Lee Earle Ellroy, in arte James Ellroy, sia talmente nota che sarebbe inutile ed oltremodo noioso passare in rassegna bibliografia e roba simile. Penso invece che sia decisamente più interessante soffermarsi su altri aspetti, magari meno conosciuti, ma di sicuro decisivi. Se ho scelto di parlare di Ellroy è stato per quel ritaglio di giornale con la fotografia sbiadita di un bambino impaurito, “fragile fanciullo costretto alla verità e spaventosamente profondo” come lui stesso si definisce, perché a parer mio è da lì che parte tutto, è da quel ragazzino con sangue di predicatori scozzesi nelle vene che esploderà una delle più importanti voci del panorama americano contemporaneo. E per parlare di lui, ho scelto il suo romanzo più denso, più dolente, più intenso: “Caccia Alle Donne”, in inglese “The Hilliker Curse”, tradotto “La Maledizione Hilliker”.

Nato a Los Angeles nel 1948, figlio unico di Armand Ellroy e di Geneva Odelia Hilliker, in arte Jean, trascorrerà la sua infanzia immerso nei continui e rumorosi litigi fra i genitori, che sfoceranno poi in un divorzio. Fu una separazione sofferta, voluta dalla madre ed accettata malvolentieri dal padre, che si dedicherà ad un’opera di distruzione sistematica e progressiva della propria ex moglie. Ed è così che, gradualmente, alla stregua di un morbo subdolo ed insidioso, in Lee Earle di insinuerà un’idea malsana della madre, un’immagine poco positiva che si sostituirà sempre più e con maggiore veemenza a quella che ogni bambino dovrebbe avere e piano piano introiettare. Fino al 1958, per la precisione, febbraio del 1958.

Jean Hilliker beveva di più. Puzzava sempre di bourbon da quattro soldi. Mi regalò quel cane sfigato per il compleanno. Io sapevo che il regalo non era gratis. Mi fece sedere sul divano. Era mezzo ciucca. Inanellò una serie di bla bla bla sul mio rito di passaggio. Sei un giovanotto adesso. Sei abbastanza grande per scegliere. Preferisci stare da tuo padre o con me? Io dissi :”Mio padre”. Lei mi mollò un ceffone. Caddi dal divano e mi spaccai la testa sul tavolino di vetro. Il sangue zampillava dal taglio. Le diedi dell’ubriacona e della troia. Si inginocchiò e mi mollò un altro schiaffo. Un otturatore scattò dentro di lei. Si portò la mano alla bocca ed indietreggiò. Il sangue mi colava in bocca. Mi ricordai del libro, pronunciai la Maledizione, invocai la sua morte. Fu assassinata tre mesi dopo. Morì al culmine del mio odio e del mio altrettanto bruciante desiderio.

Questi i fatti. Una mamma morta assassinata, gettata in un bosco, soffocata con una calza di naylon. Questi i fatti. Le cose sono andate così. Vallo a spiegare ad un bambino di appena nove anni. Il bambino prova a capire, ma non ci riesce e, per trovare un senso alle cose, per non perdere terreno sotto i piedi, deve per forza costruirsela lui una storia, un racconto che regga, un qualcosa cui aggrapparsi, una parvenza di Ragione in questo caos primordiale della peggior specie, ed anche se questa Ragione finisce per ricadere su di lui come un boomerang, va bene lo stesso, è pur sempre una Ragione. Ed è così che il bambino piano piano si costruisce la sua di storia: “C’era una volta un bimbo cattivo di nome Lee Earle che gettò una terribile Maledizione sulla mamma e la uccise”. Da questo momento il bambino, ed il successivo uomo che diverrà, dovranno vivere con questa Maledizione davanti agli occhi, e sarà ragione di ogni loro scelta ed di ogni loro passo.

Così le donne mi ameranno.

Ho invocato la Maledizione mezzo secolo fa. Essa definisce la mia vita a partire dal decimo compleanno. I suoi effetti pressoché immediati mi hanno mantenuto in pressoché costante dialogo e pressoché costante ammenda. Scrivo storie per consolare lo spettro che è in lei. Lei è onnipresente e mai familiare. Altre donne aleggiano in carne e ossa. Hanno le loro storie. La loro carezza mi ha salvato in misura di volta in volta variabile e permesso di sopravvivere ai miei insani appetiti ed ambizioni. Loro hanno retto alla mia sconsideratezza e alla mia voracità. Io ho opposto resistenza alle loro reprimende. Il mio talento di narratore è impenetrabilmente saldo e radicato nel momento in cui l’ho voluta morta e ho ordinato il suo assassinio. Le donne mi danno il mondo e fanno sì che io sia tenuemente al sicuro nel mondo. Non posso rivolgermi a Loro in cerca di Lei per molto tempo ancora. […] La mia stretta può allentarsi in carezza a posteriori. Io troverò la risposta nei sogni e in lampi a occhi aperti. Loro mi troveranno da solo e parleranno con me al buio.

Questo è l’incipit di “Caccia alle Donne”. Chiaro, netto, Ellroy non usa mezzi termini e non fa sconti a se stesso. Parla di omicidio. E sostiene di essere stato lui. Ma pensiamoci bene: come può un bambino di soli dieci anni riuscire a portarsi sulle spalle la responsabilità della morte della propria madre? Come può riuscirci senza impazzire?

Roba che capita spesso, purtoppo. Ci sono persone che sopravvivono ad eventi terrificanti, sopravvivono, si rialzano, tirando fuori la testa da paludi e sabbie mobili, e sopravvivono. In psicologia si parla di “resilienza”. Ma questa “resilienza”, questa parolona altisonante ed ostile nella sua lunga, cadenzata pronuncia, alla fine, in soldoni, che cos’è? Varie possono essere le sue forme, le dimensioni esistenziali che può assumere, ma leggere “Caccia alle Donne”, mi è servito a capire quale aspetto abbia assunto per il giovane Lee Earle: la forma di una macchina da scrivere.  La Scrittura è stata la sua resilienza, la sua ancora di salvataggio e la sua coperta di Linus, la Scrittura è stata la sua salvezza, il suo “giro di giostra”, come lui stesso racconterà.

Ecco, io sono convinta che la Scrittura sia una fra le più nobili forme di resilienza, e James Ellroy ne è un lampante esempio.

A questo proposito mi viene in mente un paragone effimero con un’altra figura emblematica del Novecento, discussa, inquieta, decisamente scomoda: Anne Sexton. Nota poetessa, morta suicida nel 1974 con anni di disturbo bipolare alle spalle, durante uno dei suoi esaurimenti nervosi trovò un medico che le disse :”Devi continuare a Scrivere. Dio è nella tua macchina da Scrivere”. Questo non la salvò, ma l’aiutò.

Ellroy invece fu salvato dalla Scrittura, perchè questa gli permise di uscire dalla condizione di forte disagio economico in cui versava e di riscrivere il proprio passato, risolvendolo, almeno in parte. E, punto terzo, è stato un modo per perdonare se stesso e per perdonare la madre. E, punto quarto, è stato un modo per andare avanti.

“Caccia alle donne” è un pò la summa di questi quattro punti:  Ellroy parla in prima persona, è un’autobiografia intensa e commovente dove l’uomo si mette a nudo totalmente, ci parla delle sue ossessioni, dei suoi devastanti attacchi di panico, e del rapporto complicato, morboso, asfissiante, con le donne della propria vita. Racconta del suo trascorso di dipendenza da alcol e droghe prima e dagli psicofarmaci in un secondo tempo, e della sua estrema fragilità, della sua necessità di contenimento e di protezione, della sua voglia di essere amato senza mezze misure, in modo incondizionato. Ci svela impudicamente la necessità di inseguire femminili vari ed eventuali nella vana speranza di poter riagguantare il femminile per eccelenza, quello materno. A Lee Earle bambino questo femminile caldo, comodo, morbido, protettivo, sicuro, era mancato, il rapporto con la madre non era sano nemmeno quando era viva -la donna pare bevesse spesso ed avesse varie relazioni occasionali nemmeno tanto nascoste- figuriamoci da morta e con la consapevolezza di averne provocato la morte.

Ellroy insomma si è aggrappato all’unica arma che aveva in mano, e che aveva la forma di una penna. A prescindere dagli strumenti che racconta di usare per trovare un difficilissimo e faticosissimo equilibrio interiore, fra cui una fervida e rigida religiosità, a tratti fanatica, a prescindere da questo, credo sia fondamentale quanto l’atto di riscrittura del proprio passato possa aver contribuito a vedere il proprio passato stesso in modo diverso. Come se tutto ciò si trasformasse in una forma di assoluzione, in un “Te absolvo” nemmeno tanto laico, in un “Puoi finalmente voltare pagina”. Questo romanzo è un vero atto di purificazione, è un punto a capo. Un vero e proprio requiem in onore di Geneva Odelia Hilliker, in arte Jean.

Osservo di nuovo l’articolo di giornale. Scruto un’altra volta il volto del bambino, imbronciato, spaventato, atterrito. E’ in evidente contrasto con l’altro viso, quello della donna, di Jean La Rossa, sua madre. Lei sorride, di un sorriso ingenuo e malizioso nello stesso tempo, ha gli occhi accesi e l’aria spensierata. Cassandra aveva già vaticinato al momento in cui fu scattata quella foto? Questo non lo possiamo sapere, ma sappiamo che il figlio di quella donna si portò addosso il peso di quel sorriso spento da una calza di naylon in una notte del 1958. Errori, errori commessi da padri e figli, generazioni e generazioni che si accavallano nel turpe turbinio di colpe e responsabilità. Che creano altre colpe e responsabilità. Tutto ciò, in questo volo pindarico che ormai si è impossessato di me, mi fa pensare al mito di Dedalo e di Icaro. Padre e figlio. Dedalo, punito da Minosse per aver aiutato sua figlia a scappare con Teseo, viene imprigionato nel Labirinto assieme al figlio Icaro. Unico modo per fuggire: costruire delle ali. Per sè e per Icaro. Queste ali purtoppo non serviranno a salvare Icaro che si avvicinerà troppo al sole e morirà. Errori, sbagli, colpe dei padri sui figli. Decisamente una lettura ardita di questo mito, in ottica quasi cristiana, ma concedetemelo. Alla fine della storia Icaro finì per pagare gli errori del padre, morirà per delle ali da lui costruite.

Spesso capita. E non solo sull’Olimpo.

Ellroy è la vittima di un sistema familiare amputato, fallimentare, con una madre e un padre in grosse difficoltà. Si trova fin da piccolo a dover masticare e digerire tutto questo. Deve digerire pure la morte della madre, per lo più assassinata e gettata senza tante smancerie in mezzo a un bosco. Deve gestirsi la morte del padre pochi anni dopo, quando aveva appena diciassette anni. Deve indossare le ali nere che i suoi genitori gli hanno incollato addosso e provare a volare, ma si brucerà, cadendo molto molto vicino all’abisso. Ma si rialzerà, le ali nere ricominceranno a battere e si rialzerà. Pagando un caro prezzo, ma sopravviverà.

Sopravvissi. Dio ha sempre avuto un compito per me. Io sono quello che resta in vita per potervi raccontare come è andata”.

Leggetela e vedetela come vi pare. Questo è Lee Earle Ellroy, in arte James di “Caccia alle donne”. Religiosità fanatica, spiritualismo gretto, delirio paranoide, leggetela un pò come vi pare. Alla fine quello che conta è il risultato. Ed il risultato è un Icaro dalle ali bruciacchiate e da milioni di copie vendute.jean-ellroy-murder_1518158f

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4 pensieri su “Requiem per una madre: l’ultimo volo di Icaro.

  1. Grazie Marina, i tuoi scritti sono sempre una buona occasione di approfondimento.
    Ricordavo James Ellroy come sceneggiatore di film, pur senza ricordare i titoli.
    La sua biografia e le tue parole però mi hanno rimandato alla tecnica della soggettiva libera indiretta utilizzata in Fight Club. Quindi un riferimento speculare a Chuck Palahniuk e a David Fincher.
    Se è ancora valida la teoria del “nomen omen”, la storia di Ellroy s’intravede nel suo cognome. Una storia in cui domina l’assenza di una madre che prende le sembianze di una lettera muta. Chissà quale strada avrebbe preso la sua vita se il suo cognome fosse iniziato per H? Mentre leggevo le tue riflessioni sul suo rapporto con la madre e le donne ho rivisto lo stesso dualismo che lacera la psiche del protagonista di Fight Club.
    Ancora una volta quindi torna il tema del ring, della sfida ma anche del turbamento.
    Cosa ci spinge a combattere? Possibile che le stesse ferite alle mani del pugilatore di Lisippo siano ancora aperte?

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    1. Caro Herbie, ti ringrazio per il tuo assist, come sempre molto efficace. Grazie mille per Palahniuk, di cui spero di poter accennare qualcosa a breve, e grazie per esserti soffermato sul nostro Lee Earle, bambino decisamente bisognoso di mille attenzioni. Quello che ti posso dire è che alla fine di “Caccia alle Donne” James Ellroy arriverà ad affermare di essere tornato un Hilliker, cognome della madre. Credo che questo sia uno dei maggiori risultati compiuti durante il suo percorso di ri-scrittura del proprio impegnativo passato. E’ stato un riappropriarsi di qualcosa di sé che aveva rimosso, anzi, respinto. Ottimo risultato direi. Un round molto molto complicato da vincere, ma alla fine portato in saccoccia. Splendida la metafora del pugilato, che penso ci accompagnerà ancora per molto, anzi ti dirò di più, sono convinta che ci seguirà come un’ombra lunga durante tutto questo viaggio, perché cos’è la lotta, intesa come un’ostinata non accettazione dell’esistenza nuda e cruda con le sue inspiegabili pieghe e variate di direzione, se non ciò che spinge l’essere umano ad andare “al di là delle Colonne d’Ercole”, e quindi a creare? Le ferite alle mani del pugilatore di Lisippo resteranno sempre aperte, grazie a Dio. Lotta è stata, lotta è, e lotta sarà. A presto Herbie.

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  2. Grazie per questi spunti di riflessione.
    La “maledizione” di Ellroy mi riporta alla triste vicenda del pianista jazz Luca Flores, un altro grande artista la cui vita è condizionata da un trauma infantile analogo.
    La madre di Flores muore in un incidente automobilistico mentre riporta a casa il figlio dopo una visita dal dentista. Il senso di colpa per questa morte di cui ingiustamente si sente responsabile innesca nel bambino il “male oscuro” che lo tormenterà per tutta la vita. Infatti l’ intera produzione artistica di Luca Flores è espressione del suo dolore, e c’è sempre un fondo di malinconia facilmente leggibile in ognuno dei suoi assolo.
    A differenza di Ellroy, Luca Flores non è sufficientemente resiliente, non solo perchè si suicida a 39 anni, nel ’95, ma anche perché a quanto mi risulta nessuno ha ancora posto in primo piano la grandezza del suo talento rispetto alla dolente “pazzia” della quale, invece, hanno parlato in tanti, specialmente dopo che Walter Veltroni ne ha scritto la biografia (Il disco del mondo, ed. Ibs) dalla quale Riccardo Milani ha tratto il film Piano Solo del 2007.
    Eppure le melodie che Flores ha composto e le soluzioni armoniche che le sostengono sono assolutamente geniali, a riscatto del dolore scaricato sugli altri e dell’ autolesionismo imposto dalla colpa che credeva di dover espiare.
    Anche Flores è un Icaro precipitato con le ali bruciate: l’ ultimo brano che ha inciso, probabilmente il più bello e il più dolente, è intitolato “How far can you fly?” (quanto lontano puoi volare?). Lui stesso intestò il brano con questo interrogativo in sostituzione del titolo provvisorio dato al brano in prima stesura, “The ladder” (La scala a pioli – tristemente evocativo dell’ imminente suicidio).
    Ritorno in ambito letterario, o meglio para-letterario, più precisamente fumettistico, e chiudo questa divagazione ricordando un altro esempio di resilienza, in questo caso però vincente.
    Raccontano che il grande Andrea Pazienza, fumettista geniale e cultore di “imprese memorabili”, un giorno scommise che sarebbe riuscito a saltare 5 sedie allineate nel corridoio di casa. Il salto ovviamente non riuscì e Pazienza cadde rovinosamente, sfracellandosi, ma mentre lo portavano in ospedale dichiarò “… che me ne frega?, tanto scrivo subito una storia dove di sedie ne salto almeno 15…!”.

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  3. Onironauta ciao! Mannaggia. Direi che sei riuscito a farmi restare senza parole scritte, e mica è semplice. Grazie per questo accenno, dolente e nello stesso tempo affettuoso, alla figura di Luca Flores. Molte sono le analogie con Ellroy, un passato ingrombrante con “un materno” interrotto per forze di causa maggiore, ma ci sono anche delle differenze, come egregiamente hai fatto notare già tu. Ellroy, alla fine, con le ali più o meno bruciacchiate, si è salvato, ha avuto il tempo ed il modo di imparare a volare, magari con qualche intoppo, ma il suo passato ad un certo punto lo ha lasciato andare. E’ diventato tale, ovvero passato. In certi casi, fra cui quello di cui hai parlato tu, purtroppo, il passato resta presente, e diventa un conto aperto che non verrà mai saldato. E come giustamente ricordi tu, alcune volte può capitare che tutto ciò che di concreto questo pesante passato possa aver contribuito a creare, nel caso di Flores una produzione musicale di primissimo livello, venga invaso dalle onde emotive che invece tale passato può innescare negli altri. E vieni ricordato per la tua follia, per il tuo malessere, più che per quello che hai scritto o composto. Vero. Credo che la tua sia una riflessione giustissima. Molteplici potrebbero essere gli altri spunti su cui soffermarci: il concetto di “resilienza” per esempio: sicuramente per Ellroy la sua Arte, la Scrittura, è stata una salvezza; per Flores invece? E per Anne Sexton? Quali sono stati i fattori divergenti, gli ostacoli strutturali che non hanno permesso quel percorso di recupero esistenziale invece concesso al primo? La lotta per alcuni è ancora più dura, purtoppo, e non ci possiamo fare nulla, va accettato e basta. Ci sono traumi che ti segnano, ma il significato che riesci a dare a quei traumi è altamente soggettivo, ed è frutto di un percorso di rielaborazione del tutto personale ed individuale. Grazie mille Onironauta, per aver dato accesso a questo universo di riflessioni, aprendo uno spiraglio decisamente potente sulla fragilità intrinseca di ogni essere umano, che non va mai dimenticata. A presto.

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