“Una volta mollata l’anima”. Memorie di un Pugilatore in riposo.

Voglio afferrare il destino per la gola

Ludwig van Beethoven

E’ tardi. Dannatamente tardi. Attendo ormai da più di un’ora. Niente è più irritante dell’attesa in una sala di attesa. Niente. Fra sguardi smarriti e discorsi interrotti da cognomi e nomi di anime per cui è terminata la veglia, aspetto il mio turno. Lo sappiamo tutti, “quando si va dal medico si sa quando si entra ma non quando si esce”, lo sappiamo tutti, ma questo atto di consapevolezza universale non mi aiuta a placare l’inquietudine che ormai si è impossessata delle mie gambe intorpidite dall’eccessivo contatto con una fredda sedia di finto massello. Ecco qua, nell’attesa decido di leggere, mi mancano poche pagine alla fine, forse riesco nell’intento, forse lo finisco:

Ancora guardo il sole -il mio primo sguardo a occhi aperti. E’ rosso sangue e gli uomini camminano in cima ai tetti. Tutto sull’orizzonte mi è chiaro. E’ come la domenica di Pasqua. La morte è dietro di me e anche la vita. Adesso voglio vivere fra le malattie della vita. Voglio vivere la vita spirituale del pigmeo, la vita segreta del piccolo uomo nella boscaglia selvaggia. Dentro e fuori si son scambiati di posto. L’equilibrio non è più la meta, la bilancia deve essere distrutta. Voglio sentirti promettere ancora tutte quelle cose di sole che ti porti dentro. Lasciami credere per un giorno, mentre riposo all’aperto, che il sole porta buone notizie. Lasciami marcire nello splendore mentre il sole ti scoppia nell’utero. Credo tutte le tue bugie, implicitamente. Ti prendo come personificazione del male, come distruttrice dell’anima, come Maharani della notte. Inchioda il tuo utero al mio muro, sì che possa ricordarti. Dobbiamo andare, domani, domani...”

Questa è una delle più belle dichiarazioni d’amore presenti in letteratura. Questo è Henry Miller, o meglio Henry Miller del suo secondo Tropico, quello del Capricorno, le ultime righe per la precisione. Lo stile è il solito, la firma è la sua, e quindi vaticinante, oracolare e tentacolare a tratti, ispido ed appuntito come una lama affilata ed in altri colorito ed osceno; come nel primo Tropico, siamo di fronte ad un guazzabuglio di tonalità emotive confuse alla stregua della tela di un pittore impazzito, ma a cambiare è la sinfonia di base, si respira un’atmosfera di riflessione nostalgica prima assente con una maggiore presa di coscienza per la propria storia personale.

In questo libro Miller ci parla di sé, della sua infanzia, di New York, ci parla di donne, dell’amore per le donne, e soprattutto ci illumina con un bagliore soffocante sulle ragioni che lo portano a trovare il coraggio per affidarsi alla scrittura ed alle pagine scritte; perchè di coraggio vero e proprio si tratta, è un netto atto di fiducia il suo, quasi paragonabile a quello che, da bambino, ti porta a voltarti indietro, sicuro al cento per cento di vedere tua madre che ti guarda. Un atto di fiducia incondizionata. Così dice Miller: “Se lo vuoi ancora sapere, John Doe di Bayonne, ecco qua…Ti debbo molto perchè dopo quella bugia che ti dissi uscii di casa tua, stracciai il prospetto fornitomi dall’Enciclopedia Britannica e lo buttai. Dissi a me stesso che mai più sarei andato dalla gente con falsi pretesti, neanche per dar loro la Santa Bibbia. Non venderò mai più nulla, anche a costo della fame. Ora vado a casa e mi metto davvero a scrivere della gente. E se qualcuno bussa alla porta per venire a chiedermi qualcosa lo farò entrare e gli dirò: “Ma perchè lo fai? E se lui risponde che deve pur vivere gli offrirò i soldi che ho in tasca e lo pregherò di pensare a quello che fa. Voglio impedire a quanti più uomini posso di fingere di dover far questo o quello perché debbono guadagnarsi da vivere. Non è vero. Si può anche morire di fame, ed è meglio. Ogni uomo che volontariamente muore di fame butta un’altra zeppa nel processo automatico. Preferirei vedere un uomo prendere il fucile ed ammazzare il suo vicino, per procurarsi il cibo che gli occorre, piuttosto che contribuire al processo automatico fingendo di doversi guadagnare da vivere. Questo volevo dire, signor John Doe”.

Drastico. Discutibile ed opinabile. Perentorio, secco, totalmente fuori da ogni grazia divina.  Come afferma Guido Piovene, Miller rientra decisamente in quella schiera di artisti per cui l’arte, nel suo caso la scrittura, è un processo di disvelamento emotivo senza mezzi termini, è un “Mettere in mostra le budella” ad ogni costo, con ogni mezzo, senza compromessi, e tutto questo per trovarvi qualche motivo di verità e di libertà.  Anche la sua presunta oscenità, per cui ha avuto notevoli grattacapi in patria (nel 1934  “Tropico del Cancro” è pubblicato a Parigi, in lingua inglese, da Obelisk Press, e il romanzo viene proibito negli Stati Uniti, anche per l’importazione. Nel 1939 Obelisk pubblica anche “Tropico del Capricorno”, anch’esso proibito sul territorio americano. Nel 1953, sotto processo in madrepatria, “Tropico del Cancro” viene dichiarato osceno dal giudice federale statunitense Albert Lee Stephens. Il libro è oggetto di processi e polemiche in diverse nazioni. Nel 1961 Grove Press pubblica “Tropico del Cancro” negli Stati Uniti collezionando subito circa 60 denunce per oscenità), in realtà è un qualcosa che sta al posto di qualcos’altro, non è fine a se stessa, ma è uno strumento per avvicinarsi a quel baratro nascosto, a quel buco nero presente secondo Miller in ogni essere umano, e tutto ciò che di eccessivo sussista all’interno della sua rocambolesca prosa non è che un vocabolario semiotico costruito per arrivare al Verbo, per toccare, o meglio sfiorare, la Verità, la reale essenza dell’uomo, senza sovrastrutture e senza ipocrisie.

Per Miller l’importante è andare al di là della superficie, scalfirla, rimuovere le acque stagnanti;  è un biglietto solo andata oltre le Colonne d’Ercole, un atto di hýbris da scontare e da pagare, ma da compiere. E’ un delirio cosciente il suo, e la sola cosa che si può fare a parer mio è assecondare questo delirio e compiacersene. Come nel primo Tropico, ma con una piccola grande differenza: nel “Tropico del Capricorno”  mi dà l’impressione di essere un lottatore che, in un momento di pausa, rifletta su se stesso e sulle motivazioni che lo hanno portato a combattere per tutta la vita; sì, mi ricorda il famoso “Pugilatore in riposo” della scuola di Lisippo del IV secolo a.C., con la sua plastica, risoluta, virile posizione di riflessione: è seduto, e si guarda indietro, come se osservasse dall’altra sponda il torrente impetuoso ormai guadato e ricordasse i momenti salienti dell’attraversamento; il confronto con l’atteggiamento di Miller mi è balenato subito agli occhi, anche lui pare avere attraversato un fiume in piena, sicuramente diverso rispetto a quello dell’originario pugilatore, ma anche lui in atteggiamento di stoica contemplazione, di languido distacco. Ecco qua, un duro e ribelle combattente che si siede un attimo e ci parla delle sue battaglie, più o meno vinte. Singolare che mi sia venuto in mente di paragonare un atleta del IV secolo a.C. con uno dei più discussi scrittori americani del novecento. Singolare, ma mi piace guardarmi indietro e trovare l’occhio solido e sicuro della classicità fisso su di me. E’ confortante. E’ un atto di fiducia incondizionata anche il mio, nel mio piccolo.

Insomma, Miller è una Rivelazione, un atto di Fede e di Amore, e così va preso, nel bene e nel male, nei suoi eccessi e nelle sue digressioni ad ampio raggio e respiro. Potrei dilungarmi ancora molto su di lui, sul suo profondo amore per Dostoevskij, uno dei suoi vati indiscussi, su ciò che di lui ha scritto George Orwell nella raccolta di saggi “Nel Ventre della Balena”, ma basta, il tempo è scaduto, il mio breve atto d’Amore deve teminare. Il mio cognome mi riporta alla realtà. L’attesa è finita. Entro dal medico. Lascio il Pugilatore, finalmente, al suo eterno riposo.IW_Pugile-delle-terme_021

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8 pensieri su ““Una volta mollata l’anima”. Memorie di un Pugilatore in riposo.

  1. “..Si può anche morire di fame, ed è meglio. Ogni uomo che volontariamente muore di fame butta un’ altra zeppa nel processo automatico….”.
    Questa frase mi ha sempre fatto pensare a Modigliani, letteralmente “morto d’ arte” per aver fatto dell’ avanguardia uno stile di vita e per la scelta coerente di evitare il condizionamento di tutto ciò che sarebbe stato accettato più facilmente dal pubblico.

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  2. Direi che è un paragone molto appropriato. Il Pugilatore, Miller, Modigliani…e chissà quanti altri collegamenti possibili, tutti accomunati da una spinta vitale al di là della mera sopravvivenza. E forse è questo che affascina ma nello stesso tempo spaventa: questo non adeguarsi, non adattarsi, un voler guardare sempre oltre ed in modo spregiudicato. E’ questo che spaventa ed affascina.

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  3. Complimenti Marina per il tuo scritto. Ha innescato un loop che riaccende la memoria di tante cose: su tutte quella del dialogo con i propri ricordi. Mi è piaciuta tantissimo la tua intuizione del pugilatore di Lisippo.
    Il pugilatore seduto è un capolavoro di attesa. Come un capolavoro è l’analogia con la pazienza che ci mette alla prova prima di affrontare qualsiasi battaglia. Che direzione prendono i nostri sogni? Su quale riva è bene sedersi? Ma soprattutto quale vento soffierà così forte nelle nostre vele per allontanarci dalle nostre aspettative? Meglio non pensare a quello che ci aspetta. Meglio trovare la forza di ricordare di esser arrivati fin qui, svolgendo lo sguardo indietro verso le fatiche appena concluse. Con la consapevolezza che ce ne saranno altre ancora da affrontare. Solo per fare il punto della situazione e rendersi conto di quanto abbiamo remato. Ricordiamoci che il presente è una fotografia che cattura l’istante e ci prepara a ciò che ci verrà incontro. Ricordare è come rimettere nel cuore. È un rimettersi in gioco ogni volta, come la ripresa di un ring. Un cerchio, un ring…un anello. In questo frangente mi viene in mente Hofsdadter e la sua teoria degli strani anelli. Il paradosso dell’attesa forse è nel suo valore più alto che è quello della lentezza. E Italo Calvino questo ce lo aveva descritto bene nelle sue Lezioni Americane. Perché in fondo la forza del pugilatore è proprio in quell’istantanea di lentezza. Nel parallelismo che c’è tra i suoi addominali e le sembianze della tartaruga si rivela la struttura del pensiero. Forse l’unica verità che ci rende liberi e per questo più veloci di Achille. Si potrebbe poi proseguire riallacciandosi al contrasto tra apollineo e dionisiaco. Ma forse è meglio che mi fermi qui. Con lo sguardo che accenna a voltarsi indietro.
    Complimenti ancora e a presto.

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  4. Grazie Herbie per aver iniziato questo viaggio con me, e grazie per aver aggiunto ulteriori spunti di riflessione, come se di fronte a noi avessimo mille sentieri, tutti importanti, tutti necessari. Mi ha colpito il tuo accenno al “ricordare”: etimologicamente parlando deriva dal latino ‘recordāri’, “ripassare nel cuore”. Ho sempre amato rintracciare le origini di verbi e sostantivi, perchè spesso arricchiscono ulteriormente il significato di quegli strani oggetti composti da lettere che abbiamo di fronte e che usiamo, talvolta a sproposito. Il fatto che il ricordo nell’antichità fosse associato al cuore, rende evidente quanto la memoria sia in fondo un atto d’amore e quanto gli stessi ricordi possano essere modificati, trasformati, traviati, dalle emozioni che vi associamo. Ma qui entriamo in un altro sentiero, che magari poi percorreremo. A presto.

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    1. Cara Marina, la tua riflessione sul ricordo ha sortito lo stesso effetto di un sasso lanciato nel cuore di Oceano. Tanti cerchi concentrici che si allargano verso l’esterno approdando pian piano sulle coste del mondo intero. Un po’ come le vibrazioni che si propagano dal cuore per avvicinarsi a qualcuno o a qualcosa. Allontanandosi quindi da qualcos’altro. Mi ha sempre affascinato il tema del Nostos, perché la nostalgia è intrisa di amore. Pensa ad Ulisse. Così, come suggerisci giustamente tu, le nostre emozioni influenzano i ricordi e gli danno una forma diversa in base a come la nostra memoria decide di intonarsi sul ricordo stesso. Il riferimento al suono e alla musica con l’infinito “intonare” mi fa venire in mente l’intervallo musicale di settima. Specie nella sua accezione minore. Sperimentare questo intervallo è come tracciare un ponte tra due suoni che ci fa provare una nostalgia vibrante, intrisa di amore verso un’origine da cui ci distacchiamo. A sua volta mi viene in mente Radici di Alex Haley. Penso infatti alle catene di Kunta Kinte, radici che non spezzeranno mai la sua appartenenza alla terra di origine. Si parte dalla Grecia per approdare in una sola vogata alle coste del nuovo continente, passando per le colonne d’Ercole e il Portogallo. E in questo tragitto chissà quante volte l’Ode Marittima di Pessoa, sarà venuta a spruzzare sulle nostre mani arse dal sale tutta quella saudade che ci aspetta in Sud America. Chissà se anche il pugilatore aveva già navigato in queste acque. A guardare dalle sue mani fasciate si direbbe di sì: la nostalgia somiglia tanto ad un remo ruvido e pesante incatenato alle nostre mani.
      A presto.

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      1. “La nostalgia assomiglia tanto ad un remo ruvido e pesante incatenato alle nostre mani”. Bella similitudine, e direi molto efficace! Grazie mille Herbie, ed hai capito in toto quale vorrei fosse lo scopo di questo viaggio che stiamo facendo assieme, ossia creare un cerchio ad anelli concentrici sempre più vasto, come quando lanci un sasso nell’acqua; collegamenti, associazioni, e tutto partendo da un libro: che cos’è questo se non letteratura?

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  5. anch’io ho l’immagine di un lottatore in attesa, cioé in una sospensione che libera da una posizione precisa e deterministica. Si tratta di una foto di Inge Morath, moglie di Arthur Miller e fotografa della famosa agenzia Magnum. E’ un torero, non credo né prima né dopo una corrida. E’ troppo pulito e troppo poco bramoso o stanco. Mi sembra essere in quell’attesa di sospensione che dicevo. Non guarda in dietro ma in basso. Il suo sguardo non si volge al futuro o al “ricordo del cuore”, ma pare seguire un atto di pudore. Il lottatore diviene uomo con una piccola debolezza. Il suo corpo muscoloso e forte richederebbe uno sguardo dritto in obiettivo. Invece no. Lo abbassa e ciò diviene la sua forza.
    “La sua presunta oscenità”, come dice Marina di Miller, non é altro che il disvelamento, perché ogni verità é oscena; anche quelle belle lo sono. Ci denudono e privi di difese siamo pronti ad essere colpiti. Solo così si diventa dei lottatori.
    Miller é stato un precursore dei tempi, un decostruttore di verità e paradigmi, ma la sua più grande forza è stata quella di dirci senza mezzi termini che si può accettare anche di morire pur di vivere.

    Foto di Inge Marath “Antonio Ordonez – Il Torero”
    http://www.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=SearchResult&VBID=2K1HZOLCXGY52T

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  6. Ciao Cinzia!!! Grazie mille per aver deciso di intraprendere questo viaggio assieme a me, e grazie per aver portato nella tua bisaccia Inge Marath. Le tue parole hanno dato luce non solo alla foto, ma anche ad un aspetto essenziale, su cui sono state scritte pagine e pagine. Ma un’immagine spesso vale più di mille parole, come mi ricordi tu spesso.
    “Il Torero” è un Disvelamento chiaro e senza mezzi termini della precarietà dell’essere umano, a prescindere dalla sua forza e dal suo potere, è un atto di caparbia accettazione dei propri limiti, è come dici tu un “accettare anche di morire pur di vivere”. E’ una presa di coscienza, assumendosi in toto le responsabilità che tutto ciò comporti. Miller ed il “Torero” hanno parecchio in comune. I greci parlavano del concetto di πρέπον, ‘prepon’, ovvero per dirla con due parole ” ciò che è conveniente”, “adatto in senso etico e religioso”, “decente”; ecco, l’atteggiamento di Miller e del Torero, nonchè del Pugilatore, non è per nulla ‘prepon’, va contro il sistema e dice altro. Questo altro può essere, anzi lo è, terribilmente scomodo e fastidioso, ma è lo scotto da pagare. E’ il prezzo della lotta. Grazie ancora Cinzia, a presto

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