Mese: ottobre 2015

Requiem per una madre: l’ultimo volo di Icaro.

Osservo da parecchi minuti, quasi imbambolata, un ritaglio di giornale impresso indelebilmente sullo schermo del mio pc. Risale al 1958. Non si legge cosa c’è scritto, se non il titolo. Non è un’immagine nitida, ma chiari sono i due volti in primo piano, messi l’uno accanto all’altra, come se quella vicinanza spaziale avesse il potere di congiungere indelebilmente anche le due anime rappresentate. Sono una donna e un bambino. Sono una madre e suo figlio di nove anni. Sono Geneva Odelia Hilliker e suo figlio, Lee Earle Ellroy. Geneva Hilliker è morta strangolata ed abbandonata in un bosco, il figlio ha provato per tutta la vita a fare i conti con tutto ciò. Ed ha cominciato a scrivere.

Sinceramente, credo che la figura di Lee Earle Ellroy, in arte James Ellroy, sia talmente nota che sarebbe inutile ed oltremodo noioso passare in rassegna bibliografia e roba simile. Penso invece che sia decisamente più interessante soffermarsi su altri aspetti, magari meno conosciuti, ma di sicuro decisivi. Se ho scelto di parlare di Ellroy è stato per quel ritaglio di giornale con la fotografia sbiadita di un bambino impaurito, “fragile fanciullo costretto alla verità e spaventosamente profondo” come lui stesso si definisce, perché a parer mio è da lì che parte tutto, è da quel ragazzino con sangue di predicatori scozzesi nelle vene che esploderà una delle più importanti voci del panorama americano contemporaneo. E per parlare di lui, ho scelto il suo romanzo più denso, più dolente, più intenso: “Caccia Alle Donne”, in inglese “The Hilliker Curse”, tradotto “La Maledizione Hilliker”.

Nato a Los Angeles nel 1948, figlio unico di Armand Ellroy e di Geneva Odelia Hilliker, in arte Jean, trascorrerà la sua infanzia immerso nei continui e rumorosi litigi fra i genitori, che sfoceranno poi in un divorzio. Fu una separazione sofferta, voluta dalla madre ed accettata malvolentieri dal padre, che si dedicherà ad un’opera di distruzione sistematica e progressiva della propria ex moglie. Ed è così che, gradualmente, alla stregua di un morbo subdolo ed insidioso, in Lee Earle di insinuerà un’idea malsana della madre, un’immagine poco positiva che si sostituirà sempre più e con maggiore veemenza a quella che ogni bambino dovrebbe avere e piano piano introiettare. Fino al 1958, per la precisione, febbraio del 1958.

Jean Hilliker beveva di più. Puzzava sempre di bourbon da quattro soldi. Mi regalò quel cane sfigato per il compleanno. Io sapevo che il regalo non era gratis. Mi fece sedere sul divano. Era mezzo ciucca. Inanellò una serie di bla bla bla sul mio rito di passaggio. Sei un giovanotto adesso. Sei abbastanza grande per scegliere. Preferisci stare da tuo padre o con me? Io dissi :”Mio padre”. Lei mi mollò un ceffone. Caddi dal divano e mi spaccai la testa sul tavolino di vetro. Il sangue zampillava dal taglio. Le diedi dell’ubriacona e della troia. Si inginocchiò e mi mollò un altro schiaffo. Un otturatore scattò dentro di lei. Si portò la mano alla bocca ed indietreggiò. Il sangue mi colava in bocca. Mi ricordai del libro, pronunciai la Maledizione, invocai la sua morte. Fu assassinata tre mesi dopo. Morì al culmine del mio odio e del mio altrettanto bruciante desiderio.

Questi i fatti. Una mamma morta assassinata, gettata in un bosco, soffocata con una calza di naylon. Questi i fatti. Le cose sono andate così. Vallo a spiegare ad un bambino di appena nove anni. Il bambino prova a capire, ma non ci riesce e, per trovare un senso alle cose, per non perdere terreno sotto i piedi, deve per forza costruirsela lui una storia, un racconto che regga, un qualcosa cui aggrapparsi, una parvenza di Ragione in questo caos primordiale della peggior specie, ed anche se questa Ragione finisce per ricadere su di lui come un boomerang, va bene lo stesso, è pur sempre una Ragione. Ed è così che il bambino piano piano si costruisce la sua di storia: “C’era una volta un bimbo cattivo di nome Lee Earle che gettò una terribile Maledizione sulla mamma e la uccise”. Da questo momento il bambino, ed il successivo uomo che diverrà, dovranno vivere con questa Maledizione davanti agli occhi, e sarà ragione di ogni loro scelta ed di ogni loro passo.

Così le donne mi ameranno.

Ho invocato la Maledizione mezzo secolo fa. Essa definisce la mia vita a partire dal decimo compleanno. I suoi effetti pressoché immediati mi hanno mantenuto in pressoché costante dialogo e pressoché costante ammenda. Scrivo storie per consolare lo spettro che è in lei. Lei è onnipresente e mai familiare. Altre donne aleggiano in carne e ossa. Hanno le loro storie. La loro carezza mi ha salvato in misura di volta in volta variabile e permesso di sopravvivere ai miei insani appetiti ed ambizioni. Loro hanno retto alla mia sconsideratezza e alla mia voracità. Io ho opposto resistenza alle loro reprimende. Il mio talento di narratore è impenetrabilmente saldo e radicato nel momento in cui l’ho voluta morta e ho ordinato il suo assassinio. Le donne mi danno il mondo e fanno sì che io sia tenuemente al sicuro nel mondo. Non posso rivolgermi a Loro in cerca di Lei per molto tempo ancora. […] La mia stretta può allentarsi in carezza a posteriori. Io troverò la risposta nei sogni e in lampi a occhi aperti. Loro mi troveranno da solo e parleranno con me al buio.

Questo è l’incipit di “Caccia alle Donne”. Chiaro, netto, Ellroy non usa mezzi termini e non fa sconti a se stesso. Parla di omicidio. E sostiene di essere stato lui. Ma pensiamoci bene: come può un bambino di soli dieci anni riuscire a portarsi sulle spalle la responsabilità della morte della propria madre? Come può riuscirci senza impazzire?

Roba che capita spesso, purtoppo. Ci sono persone che sopravvivono ad eventi terrificanti, sopravvivono, si rialzano, tirando fuori la testa da paludi e sabbie mobili, e sopravvivono. In psicologia si parla di “resilienza”. Ma questa “resilienza”, questa parolona altisonante ed ostile nella sua lunga, cadenzata pronuncia, alla fine, in soldoni, che cos’è? Varie possono essere le sue forme, le dimensioni esistenziali che può assumere, ma leggere “Caccia alle Donne”, mi è servito a capire quale aspetto abbia assunto per il giovane Lee Earle: la forma di una macchina da scrivere.  La Scrittura è stata la sua resilienza, la sua ancora di salvataggio e la sua coperta di Linus, la Scrittura è stata la sua salvezza, il suo “giro di giostra”, come lui stesso racconterà.

Ecco, io sono convinta che la Scrittura sia una fra le più nobili forme di resilienza, e James Ellroy ne è un lampante esempio.

A questo proposito mi viene in mente un paragone effimero con un’altra figura emblematica del Novecento, discussa, inquieta, decisamente scomoda: Anne Sexton. Nota poetessa, morta suicida nel 1974 con anni di disturbo bipolare alle spalle, durante uno dei suoi esaurimenti nervosi trovò un medico che le disse :”Devi continuare a Scrivere. Dio è nella tua macchina da Scrivere”. Questo non la salvò, ma l’aiutò.

Ellroy invece fu salvato dalla Scrittura, perchè questa gli permise di uscire dalla condizione di forte disagio economico in cui versava e di riscrivere il proprio passato, risolvendolo, almeno in parte. E, punto terzo, è stato un modo per perdonare se stesso e per perdonare la madre. E, punto quarto, è stato un modo per andare avanti.

“Caccia alle donne” è un pò la summa di questi quattro punti:  Ellroy parla in prima persona, è un’autobiografia intensa e commovente dove l’uomo si mette a nudo totalmente, ci parla delle sue ossessioni, dei suoi devastanti attacchi di panico, e del rapporto complicato, morboso, asfissiante, con le donne della propria vita. Racconta del suo trascorso di dipendenza da alcol e droghe prima e dagli psicofarmaci in un secondo tempo, e della sua estrema fragilità, della sua necessità di contenimento e di protezione, della sua voglia di essere amato senza mezze misure, in modo incondizionato. Ci svela impudicamente la necessità di inseguire femminili vari ed eventuali nella vana speranza di poter riagguantare il femminile per eccelenza, quello materno. A Lee Earle bambino questo femminile caldo, comodo, morbido, protettivo, sicuro, era mancato, il rapporto con la madre non era sano nemmeno quando era viva -la donna pare bevesse spesso ed avesse varie relazioni occasionali nemmeno tanto nascoste- figuriamoci da morta e con la consapevolezza di averne provocato la morte.

Ellroy insomma si è aggrappato all’unica arma che aveva in mano, e che aveva la forma di una penna. A prescindere dagli strumenti che racconta di usare per trovare un difficilissimo e faticosissimo equilibrio interiore, fra cui una fervida e rigida religiosità, a tratti fanatica, a prescindere da questo, credo sia fondamentale quanto l’atto di riscrittura del proprio passato possa aver contribuito a vedere il proprio passato stesso in modo diverso. Come se tutto ciò si trasformasse in una forma di assoluzione, in un “Te absolvo” nemmeno tanto laico, in un “Puoi finalmente voltare pagina”. Questo romanzo è un vero atto di purificazione, è un punto a capo. Un vero e proprio requiem in onore di Geneva Odelia Hilliker, in arte Jean.

Osservo di nuovo l’articolo di giornale. Scruto un’altra volta il volto del bambino, imbronciato, spaventato, atterrito. E’ in evidente contrasto con l’altro viso, quello della donna, di Jean La Rossa, sua madre. Lei sorride, di un sorriso ingenuo e malizioso nello stesso tempo, ha gli occhi accesi e l’aria spensierata. Cassandra aveva già vaticinato al momento in cui fu scattata quella foto? Questo non lo possiamo sapere, ma sappiamo che il figlio di quella donna si portò addosso il peso di quel sorriso spento da una calza di naylon in una notte del 1958. Errori, errori commessi da padri e figli, generazioni e generazioni che si accavallano nel turpe turbinio di colpe e responsabilità. Che creano altre colpe e responsabilità. Tutto ciò, in questo volo pindarico che ormai si è impossessato di me, mi fa pensare al mito di Dedalo e di Icaro. Padre e figlio. Dedalo, punito da Minosse per aver aiutato sua figlia a scappare con Teseo, viene imprigionato nel Labirinto assieme al figlio Icaro. Unico modo per fuggire: costruire delle ali. Per sè e per Icaro. Queste ali purtoppo non serviranno a salvare Icaro che si avvicinerà troppo al sole e morirà. Errori, sbagli, colpe dei padri sui figli. Decisamente una lettura ardita di questo mito, in ottica quasi cristiana, ma concedetemelo. Alla fine della storia Icaro finì per pagare gli errori del padre, morirà per delle ali da lui costruite.

Spesso capita. E non solo sull’Olimpo.

Ellroy è la vittima di un sistema familiare amputato, fallimentare, con una madre e un padre in grosse difficoltà. Si trova fin da piccolo a dover masticare e digerire tutto questo. Deve digerire pure la morte della madre, per lo più assassinata e gettata senza tante smancerie in mezzo a un bosco. Deve gestirsi la morte del padre pochi anni dopo, quando aveva appena diciassette anni. Deve indossare le ali nere che i suoi genitori gli hanno incollato addosso e provare a volare, ma si brucerà, cadendo molto molto vicino all’abisso. Ma si rialzerà, le ali nere ricominceranno a battere e si rialzerà. Pagando un caro prezzo, ma sopravviverà.

Sopravvissi. Dio ha sempre avuto un compito per me. Io sono quello che resta in vita per potervi raccontare come è andata”.

Leggetela e vedetela come vi pare. Questo è Lee Earle Ellroy, in arte James di “Caccia alle donne”. Religiosità fanatica, spiritualismo gretto, delirio paranoide, leggetela un pò come vi pare. Alla fine quello che conta è il risultato. Ed il risultato è un Icaro dalle ali bruciacchiate e da milioni di copie vendute.jean-ellroy-murder_1518158f

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“Una volta mollata l’anima”. Memorie di un Pugilatore in riposo.

Voglio afferrare il destino per la gola

Ludwig van Beethoven

E’ tardi. Dannatamente tardi. Attendo ormai da più di un’ora. Niente è più irritante dell’attesa in una sala di attesa. Niente. Fra sguardi smarriti e discorsi interrotti da cognomi e nomi di anime per cui è terminata la veglia, aspetto il mio turno. Lo sappiamo tutti, “quando si va dal medico si sa quando si entra ma non quando si esce”, lo sappiamo tutti, ma questo atto di consapevolezza universale non mi aiuta a placare l’inquietudine che ormai si è impossessata delle mie gambe intorpidite dall’eccessivo contatto con una fredda sedia di finto massello. Ecco qua, nell’attesa decido di leggere, mi mancano poche pagine alla fine, forse riesco nell’intento, forse lo finisco:

Ancora guardo il sole -il mio primo sguardo a occhi aperti. E’ rosso sangue e gli uomini camminano in cima ai tetti. Tutto sull’orizzonte mi è chiaro. E’ come la domenica di Pasqua. La morte è dietro di me e anche la vita. Adesso voglio vivere fra le malattie della vita. Voglio vivere la vita spirituale del pigmeo, la vita segreta del piccolo uomo nella boscaglia selvaggia. Dentro e fuori si son scambiati di posto. L’equilibrio non è più la meta, la bilancia deve essere distrutta. Voglio sentirti promettere ancora tutte quelle cose di sole che ti porti dentro. Lasciami credere per un giorno, mentre riposo all’aperto, che il sole porta buone notizie. Lasciami marcire nello splendore mentre il sole ti scoppia nell’utero. Credo tutte le tue bugie, implicitamente. Ti prendo come personificazione del male, come distruttrice dell’anima, come Maharani della notte. Inchioda il tuo utero al mio muro, sì che possa ricordarti. Dobbiamo andare, domani, domani...”

Questa è una delle più belle dichiarazioni d’amore presenti in letteratura. Questo è Henry Miller, o meglio Henry Miller del suo secondo Tropico, quello del Capricorno, le ultime righe per la precisione. Lo stile è il solito, la firma è la sua, e quindi vaticinante, oracolare e tentacolare a tratti, ispido ed appuntito come una lama affilata ed in altri colorito ed osceno; come nel primo Tropico, siamo di fronte ad un guazzabuglio di tonalità emotive confuse alla stregua della tela di un pittore impazzito, ma a cambiare è la sinfonia di base, si respira un’atmosfera di riflessione nostalgica prima assente con una maggiore presa di coscienza per la propria storia personale.

In questo libro Miller ci parla di sé, della sua infanzia, di New York, ci parla di donne, dell’amore per le donne, e soprattutto ci illumina con un bagliore soffocante sulle ragioni che lo portano a trovare il coraggio per affidarsi alla scrittura ed alle pagine scritte; perchè di coraggio vero e proprio si tratta, è un netto atto di fiducia il suo, quasi paragonabile a quello che, da bambino, ti porta a voltarti indietro, sicuro al cento per cento di vedere tua madre che ti guarda. Un atto di fiducia incondizionata. Così dice Miller: “Se lo vuoi ancora sapere, John Doe di Bayonne, ecco qua…Ti debbo molto perchè dopo quella bugia che ti dissi uscii di casa tua, stracciai il prospetto fornitomi dall’Enciclopedia Britannica e lo buttai. Dissi a me stesso che mai più sarei andato dalla gente con falsi pretesti, neanche per dar loro la Santa Bibbia. Non venderò mai più nulla, anche a costo della fame. Ora vado a casa e mi metto davvero a scrivere della gente. E se qualcuno bussa alla porta per venire a chiedermi qualcosa lo farò entrare e gli dirò: “Ma perchè lo fai? E se lui risponde che deve pur vivere gli offrirò i soldi che ho in tasca e lo pregherò di pensare a quello che fa. Voglio impedire a quanti più uomini posso di fingere di dover far questo o quello perché debbono guadagnarsi da vivere. Non è vero. Si può anche morire di fame, ed è meglio. Ogni uomo che volontariamente muore di fame butta un’altra zeppa nel processo automatico. Preferirei vedere un uomo prendere il fucile ed ammazzare il suo vicino, per procurarsi il cibo che gli occorre, piuttosto che contribuire al processo automatico fingendo di doversi guadagnare da vivere. Questo volevo dire, signor John Doe”.

Drastico. Discutibile ed opinabile. Perentorio, secco, totalmente fuori da ogni grazia divina.  Come afferma Guido Piovene, Miller rientra decisamente in quella schiera di artisti per cui l’arte, nel suo caso la scrittura, è un processo di disvelamento emotivo senza mezzi termini, è un “Mettere in mostra le budella” ad ogni costo, con ogni mezzo, senza compromessi, e tutto questo per trovarvi qualche motivo di verità e di libertà.  Anche la sua presunta oscenità, per cui ha avuto notevoli grattacapi in patria (nel 1934  “Tropico del Cancro” è pubblicato a Parigi, in lingua inglese, da Obelisk Press, e il romanzo viene proibito negli Stati Uniti, anche per l’importazione. Nel 1939 Obelisk pubblica anche “Tropico del Capricorno”, anch’esso proibito sul territorio americano. Nel 1953, sotto processo in madrepatria, “Tropico del Cancro” viene dichiarato osceno dal giudice federale statunitense Albert Lee Stephens. Il libro è oggetto di processi e polemiche in diverse nazioni. Nel 1961 Grove Press pubblica “Tropico del Cancro” negli Stati Uniti collezionando subito circa 60 denunce per oscenità), in realtà è un qualcosa che sta al posto di qualcos’altro, non è fine a se stessa, ma è uno strumento per avvicinarsi a quel baratro nascosto, a quel buco nero presente secondo Miller in ogni essere umano, e tutto ciò che di eccessivo sussista all’interno della sua rocambolesca prosa non è che un vocabolario semiotico costruito per arrivare al Verbo, per toccare, o meglio sfiorare, la Verità, la reale essenza dell’uomo, senza sovrastrutture e senza ipocrisie.

Per Miller l’importante è andare al di là della superficie, scalfirla, rimuovere le acque stagnanti;  è un biglietto solo andata oltre le Colonne d’Ercole, un atto di hýbris da scontare e da pagare, ma da compiere. E’ un delirio cosciente il suo, e la sola cosa che si può fare a parer mio è assecondare questo delirio e compiacersene. Come nel primo Tropico, ma con una piccola grande differenza: nel “Tropico del Capricorno”  mi dà l’impressione di essere un lottatore che, in un momento di pausa, rifletta su se stesso e sulle motivazioni che lo hanno portato a combattere per tutta la vita; sì, mi ricorda il famoso “Pugilatore in riposo” della scuola di Lisippo del IV secolo a.C., con la sua plastica, risoluta, virile posizione di riflessione: è seduto, e si guarda indietro, come se osservasse dall’altra sponda il torrente impetuoso ormai guadato e ricordasse i momenti salienti dell’attraversamento; il confronto con l’atteggiamento di Miller mi è balenato subito agli occhi, anche lui pare avere attraversato un fiume in piena, sicuramente diverso rispetto a quello dell’originario pugilatore, ma anche lui in atteggiamento di stoica contemplazione, di languido distacco. Ecco qua, un duro e ribelle combattente che si siede un attimo e ci parla delle sue battaglie, più o meno vinte. Singolare che mi sia venuto in mente di paragonare un atleta del IV secolo a.C. con uno dei più discussi scrittori americani del novecento. Singolare, ma mi piace guardarmi indietro e trovare l’occhio solido e sicuro della classicità fisso su di me. E’ confortante. E’ un atto di fiducia incondizionata anche il mio, nel mio piccolo.

Insomma, Miller è una Rivelazione, un atto di Fede e di Amore, e così va preso, nel bene e nel male, nei suoi eccessi e nelle sue digressioni ad ampio raggio e respiro. Potrei dilungarmi ancora molto su di lui, sul suo profondo amore per Dostoevskij, uno dei suoi vati indiscussi, su ciò che di lui ha scritto George Orwell nella raccolta di saggi “Nel Ventre della Balena”, ma basta, il tempo è scaduto, il mio breve atto d’Amore deve teminare. Il mio cognome mi riporta alla realtà. L’attesa è finita. Entro dal medico. Lascio il Pugilatore, finalmente, al suo eterno riposo.IW_Pugile-delle-terme_021

I cammini di Santiago.

Iniziare questo mio viaggio in questo modo ha del ridicolo, del davvero ridicolo. Innanzitutto, e non è poco, è un viaggio a suon di lettere e rumori di tastiera, col sedere ben posizionato sulla sedia ed un paio di occhiali inforcati sugli occhi. E’ una specie di Santiago di Compostela multimediale, dove al posto di chilometri a piedi e di sudore che imperla la fronte ci saranno metrate di parole e di pensieri, e non basterà una boraccia a dissetare l’arsura, qua ci vorranno ancora parole e parole, lette e scritte, in una sorta di uroboro pagano dai mille significati e dai mille simbolismi. E poi, secondo aspetto, consideriamo la partenza, ma valutiamola in sé e per sé, in modo concreto: ho deciso di iniziare con Henry Miller, e nello specifico con “Tropico del Capricorno” di Henry  Miller. Ci sono cose che non ti spieghi e fatti che accadono e non sai come, “effetto random” o “effetto farfalla” chiamiamolo come ci pare, ci sono insomma relazioni e collegamenti improbabili che sembrano scritti o diretti da un Grande Fratello nascosto dentro il televisore o infiltrato, subdolo, fra gli spifferi delle finestre; cominciare questo percorso parlando di un romanzo in cui l’autore spiega i motivi per cui ha preso una penna ed ha cominciato a Scrivere, non a narrare, ma a Scrivere, sa tanto di captatio benevolentiae all’ennesima potenza, di una strategia nemmeno tanto sottile per attirare e catturare favori e attenzioni di eventuali lettori o distratti visitatori.

Ma in realtà non è così. E’ che tutto questo è nato mentre leggevo questo libro. Punto. Niente altro da dire o da dichiarare se non la voglia di toccare concretamente tutto ciò che concreto non è, di dare una solidità sostanziale alle parole, tentando di costruire un universo condiviso dove poter vagare per chi, come me, erra ormai da anni nel trafficatissimo e caotico raccordo anulare della letteratura.

“Universo condiviso”: ebbene sì, mi piacerebbe trovare altri pellegrini che gradualmente si aggiungessero alla sottoscritta, e che portassero con sé le loro provviste, le loro scarpe di ricambio e un paio di stracci da mettersi addosso in caso di pioggia; ad ogni chilometro un pellegrino in più, ad ogni sosta nuovi passi accanto ai miei.

Questo è quanto. Sono pronta per partire. La bisaccia è colma e si riempirà strada facendo ancora di più. Prima sosta: “Tropico del Capricorno”. Partiamo.image-2