Lettera ad un amico. ‘Se avessero’di Vittorio Sermonti e l’Arcadia dei tempi che furono.

Finito. Direi interessante. Interessante questo declinare la propria vita seguendo la grammatica di un evento mai avvenuto, la morte del fratello maggiore, ‘frater maxime’, per mano di tre partigiani in una mattina del ’45. Interessante questo riflettere sul senso della propria esistenza cercando di non prendersi troppo sul serio.

Interessante questa ‘recherche’ di un quindicenne che fu. Interessante anche lo stile, spesso ostile e difficile da seguire, una ‘scrittura privata’ raffinata ed erudita nella sua apparente trascuratezza. Insomma: mi è piaciuto? Direi di sì. Faticoso? Anche. Ma forse la letteratura in Italia, in questo preciso momento storico, ha bisogno proprio di questo, di scrittori non sempre comodi che risveglino anime sopite. Scrittori faticosi, impegnati ed impegnativi. Forse abbiamo bisogno di un bel bagno in acqua ghiacciata per ridare un valore ed un calore alle pagine scritte qui ed ora. Non è un caso che ‘La Scuola  Cattolica’ abbia vinto lo Strega. Non è un caso. Per molti aspetti i due romanzi si assomigliano, e magari ne parleremo.

Questo è ciò che ho risposto ad un caro amico che mi ha consigliato di leggere ‘Se 6790194_1443032avessero’ di Vittorio Sermonti, testuali parole. Devo ringraziarlo, questo caro amico, soprattutto perché mi ha delicatamente esortato a ricominciare a scrivere dopo mesi di sospensione. Letture ne sono state fatte, ma sono state accantonate lì, sul comodino dei miei pensieri, senza le energie per riaprirle. Ed invece, caro amico mio, è tornato il momento di ricominciare da zero, come ogni volta, togliere  un pò di polvere dalla tastiera e ripartire.

Perché alla fine la vita è anche questo. Togliere polvere dalla tastiera e ripartire.

‘Se Avessero’: siamo di fronte al racconto di una vita, ma partendo da un fatto non avvenuto. Lo scrittore, l’io narrante, spesso confuso e diffuso come non può che essere un io che cerca di raccontare la propria esistenza, parte da un evento circoscritto avvenuto nel ’45 quando suo fratello maggiore ha rischiato di essere sparato da tre, forse quattro, partigiani, alla ricerca di un ufficiale della Repubblica Sociale (o forse di tre). Un evento che ha segnato l’esistenza dello scrittore anche e soprattutto nel suo non essere avvenuto, nella sua non-conclusione, perché ha obbligato Sermonti a porsi domande su domande su come sarebbe stata la sua vita se suo fratello fosse stato ucciso. Da qui si dipana un racconto temerario, a tratti quasi magico, teatrale -non chiedetemi perché ma mentre sto scrivendo mi appare davanti agli occhi l’immagine del Barone di Munchhausen cui si è ispirato Rudolpf Erich Raspe per il protagonista del suo romanzo: gran romanzo tra l’altro, consiglio a tutti di leggerlo –  una trama ordita da amori inconclusi e deludenti, amicizie, la cronaca minuziosa di un paese e del suo interminabile dopoguerra e soprattutto si dispiega la figura di un ragazzo che cerca di trovare un senso alla propria esistenza in una sorta di recherche proustiana condita di odori, sapori, memorie ed affetti più o meno risolti. Di un padre e di una madre. Di fratelli e di sorelle. Ed, alla fine, di una donna, ‘occhi pescosi’, che finirà per donare un valore a tutta la storia nonché al ‘se avessero’ iniziale.

Siamo di fronte ad un romanzo molto intimo, un’opera ultima come Sermonti stesso la definisce, un testo complesso, non di facile lettura, ma ditemi quando è stato semplice sondare i meandri dell’animo umano.

Ed ecco che arrivo ad un altro punto cruciale di queste mie brevi riflessioni caro amico mio, ti rimetto in gioco e raddoppio: è possibile trovare delle somiglianze fra questo romanzo ed un altro, forse uno dei più noti in questo momento perché vincitore del premio Strega 2016, ovvero ‘La Scuola Cattolica’ di Edoardo Albinati?6891513_1399154

Anche qui siamo di fronte ad un testo complesso, ‘da lettori impegnati’ come è stato definito, non solo per la lunghezza (1290 pagine), ma anche per gli argomenti narrati, per la costruzione e per lo stile. Anche qua siamo di fronte al racconto di un’esistenza, anche qui partiamo da un evento concreto, in questo caso purtroppo avvenuto, il massacro del Circeo del 1975, per riflettere coraggiosamente sulla propria di storia. Anche qui entrano in gioco padre, madre, amicizie, amori, eventi storici, ed anche qui siamo di fronte ad un uomo che coraggiosamente si guarda in faccia e si racconta.

Ho apprezzato molto la ‘Scuola Cattolica’ e ti ringrazio di nuovo per avermi fatto trovare il coraggio di parlarne visto che mi sembrava troppo, un ostacolo troppo grande, un’asticella troppo alta. Non è solo un romanzo, è letteratura, e finalmente aggiungerei. Albinati descrive un’epoca e la rispecchia nella sua infanzia, e poi nella sua adolescenza ed infine nella sua maturità, e lo fa senza nessuna forma di censura. Ci vuole coraggio, senza ombra di dubbio. A ciò aggiungiamo che a parer mio siamo di fronte ad uno dei migliori scrittori italiani di questi anni, ed il gioco è fatto. Ha vinto il premio Strega. Meritatamente. Dopo di lui: Vittorio Sermonti. Meritatamente.

Mi si potrebbe ribattere che sono libri ‘difficili’, a tratti complessi e perché no, pure un pò noiosi, ma ben venga se finalmente dobbiamo trovare il tempo di rileggere un paio di volte un periodo troppo complesso o soffermarci qualche minuto in più su di una metafora per comprenderne l’effetto. Ben venga. In un’epoca in cui tutto è fretta e superficialità, in cui anche i libri lasciano il tempo che trovano, ben  venga se troviamo pagine che ci obbligano a fermarci, a concentrarci, a riflettere.

‘Se avessero’ mi è piaciuto, perché come Albinati, Sermonti fa parte di quella schiera di intellettuali italiani ormai in estinzione per cui scrivere è prima di tutto un atto di fede, dotato di una sacralità che non concede requie, né per chi scrive, né per chi legge. Albinati e Sermonti fanno parte di un’Italia lontana, mitica, devota, dove letteratura significava impegno, impegno e responsabilità. Pochi ne sono rimasti. Teniamoceli stretti. E soprattutto conosciamoli.

E con questo concludo amico mio, con questo breve accenno che Sermonti dedica a PPP come lo chiama lui, Pierpaolo Pasolini.

“PPP, per esempio, non credo avesse una enorme simpatia per me anzi credo proprio non ne avesse nessuna, tanto che, per esempio, quando ci capitava di giocare a pallone in qualche campo o campetto periferico con filologi filosofi poeti e critici cinematografici contro ragazzini de bborgata che conosceva lui, tutti in fiammeggianti divise rosse loro o gialloblù, noi in costume da bagno e canottiera, lui non mi passava mai la palla che d’altra parte non passava a nessuno, essendo egli di gran lunga il più tecnicamente dotato con tanto di scarpini e calzettoni a strisce, ma a me ogni morte di papa me la poteva pure passare, che dopo di lui inoppugnabilmente il meglio ero io -e perché non me la passava? E passa, che diamine (non sono sicuro di aver detto ‘diamine’)! E tu smàrcati! -non me la passava perché non mi smarcavo? Ma figùrati tu! Perché ero borghese, ecco perché non mi passava mai la palla.” (pag.121)

Con questo sentito ricordo ad uno degli intellettuali che più appartengono all’Arcadia dei tempi che furono ti ringrazio amico mio.

Con affetto

 

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